Viaggiare verso Santiago o verso Roma, non significa avvicinarsi ad ogni passo alla meta prefissata. Questa sensazione si avverte al massimo durante le ultime tappe, quando si cerca di calcolare mentalmente in quanto tempo si potrà coprire l'ultimo tratto di strada.
Il pellegrinaggio a piedi è soprattutto un allontanamento, in senso geografico ma anche spirituale, dalla quotidianità e dalla routine.
Dopo una settimana di cammino lungo la via Francigena lombarda, si possono già stabilire delle differenze profonde che permettono di separare la via che porta a Santiago da quella che porta a Roma. Il Cammino di Santiago precipita il camminante in un universo parallelo, in una dimensione fuori dallo spazio e dal tempo che pochi altri luoghi, nella nostra popolosissima Europa, potrebbero regalare. La Via Francigena invece è sempre legata alla quotidianità e alla routine, in ogni suo luogo si respira l'oggi e l'adesso. Per questo, scherzando, ho scritto che dormire nella grangia benedettina del IX secolo è quasi una Turmerlebnis. In realtà non lo è affatto. Appena fuori dalla cascina c'è la piazza del paese, con la sua pizzeria da asporto e le persone vestite male che aspettano di tornare a casa con il cibo pronto per godersi l'ultimo scampolo di domenica sul divano. Anche lasciando la piazza, proseguendo verso Villa Litta, la piccola Versailles della Bassa lodigiana, con il suo fascino decadente ed austero, per un attimo l'inganno funziona. L'edificio supera in altezza tutti gli altri vecchi cascinali ristrutturati ad un piano, secondo soltanto al campanile della chiesa seicentesca. Il giardino alla francese e qualche scultura di pietra sull'erba fanno volare i pensieri e la fantasia, poi un cartello che recita: disponibile su prenotazione per matrimoni, ricevimenti, banchetti, scioglie il sapore del passato.
Anche Orio Litta, che certo dista anni luce da Milano, non è abbastanza lontana.
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